C’è un meraviglioso cortocircuito antropologico che ricorre ogni estate sotto il sole di Palinuro.
A innescarlo sono comparse poco nobili e molto stanziali.
Funziona così: arrivano i turisti, pagano, fanno notare mancanze, sporcizia e disservizi, e zac!
Parte il riflesso di taluni nativi permalosi che si affaticano a scavare la consueta trincea da campanile.
La foglia di fico dei suscettibili é la seguente: «Se non vi piace, andatevene».
Il teorema è disarmante.
In pratica i turisti, i villeggianti, quelli che fanno girare l’economia e mantengono mezza costa, dovrebbero rispettare il seguente dogma: portare il grano, stare muti e baciare la sabbia. Stop!
Assai divertente è che questo teatrino viene inscenato da una equipe di profeti della “cultura dell’accoglienza” e della “visione turistica strategica”.
Parlano di cultura dell’accoglienza per poi intenderla silenzio tombale, critica zero.
Allora il problema non è psicologico, è antropologico e ad un tempo sociologico.
Un’attitudine atavica di una per fortuna ininfluente minoranza, cresciuta nel mito della rendita parassitaria, incapace di concepire il confronto con l’esterno se non in termini di predatori.
Una schiera di personaggi che vede i vacanzieri come la colonia da sfruttare a getto continuo, senza il fastidio della critica.
Sia chiaro: non tutte le critiche sono oro colato, lasciamo scivolare via le osservazioni dei commentatori a vacante, e per principio!
Ho già detto la mia su chi, anche tra i locali, strombazza attacchi sterili e catastrofisti nel bel mezzo di agosto per fare la prima donna.
Ma ciò non vuol dire lobotomia o cecità collettiva.
Un conto è il piagnisteo agostano fine a se stesso, altro è la critica costruttiva, quella che inchioda alle responsabilità e dovrebbe essere uno de molteplici spunti per migliorare.
Ostinarsi a fingere che vada tutto bene (pecche’ tanto nati 10 juorni e se nne vano!) per non urtare la suscettibilità di qualche titolare del nulla, è suicida.
Per i processi, le riflessioni ed i bilanci ci sarà tempo da settembre: fino ad allora auguro a quelli della Repubblica dei permalosissimi un sereno, rinfrescante bagno d’umiltà.