Centola Palinuro. Il PUC dei sogni (altrui). Nuovi resort mentre tutto va all’asta.

Un applauso d’incoraggiamento!
Dopo oltre vent’anni di gestazione (sorvolo sull’infausto e goffo tentativo del 2018), il PUC di Centola Palinuro è stato adottato. Il Comune di Centola – il ridente angolo di Cilento che per 40 giorni all’anno balza alle cronache estive e ripiomba nel letargo per i restanti 325 – ha stilato la lista dei desideri per la pianificazione urbanistica.

Nelle buone intenzioni il PUC di Centola Palinuro adottato delinea una strategia di sviluppo che dovrebbe bilanciare la tutela ambientale con la crescita socio – economica in un contesto caratterizzato dalla ben nota vocazione turistica.

Leggendo i numeri con un briciolo di attenzione e logica emerge un piano redatto per una dimensione virtuale. E’ proprio la base di dati da cui il PUC prende le mosse, infatti, che offre spunti di riflessione critica sulla sostenibilità e coerenza dello strumento urbanistico rispetto al contesto sociale ed economico in cui si innesta.

PUC Centola Palinuro: meno residenti, più cemento?

Partiamo dalle fondamenta del capolavoro di urbanistica: la dinamica demografica.
Se c’è una cosa che il Piano Urbanistico Comunale di Centola Palinuro adottato evidenzia con indiscutibile lucidità, è che il Comune sta invecchiando e si sta spopolando.

  • Popolazione residente 2011: 5.073 abitanti;
  • Popolazione residente 2025: 4.954 abitanti (2.535 uomini e 2.419 donne);
  • Indice di vecchiaia: un salto acrobatico da 144,4 anziani ogni 100 giovani nel 2014 a un ben più maturo 200,3 nel 2018;
  • Disoccupazione giovanile: punte locali fino al 40%.

Nella parte programmatica il PUC adottato lascia intendere che sono stimati a regime:

  • Alloggi potenziali: il PUC prevede la realizzazione di 90 nuovi alloggi potenziali;
  • Posti letto potenziali (Zone G): il piano programma un consistente incremento di posti letto suddivisi in diverse zone a destinazione specifica;
  • Insediamenti produttivi e turistici: sono individuate aree per impianti industriali e commerciali, con possibilità di ampliamenti e l’introduzione di nuove tecnologie. In particolare, la zona G11 è destinata ad attività commerciali e servizi socio-sanitari con interventi minimi di 5.000 mq.;
  • Infrastrutture programmate: una delle opere più rilevanti sarebbe la creazione di un’area per sport e spettacolo che include un palazzetto dello sport con 5.000 posti a sedere, ristorante, bar e centro commerciale, con un investimento previsto di circa 3 milioni di euro.

PUC Centola Palinuro: il potere delle zone G. In arrivo nuovi resort?

Per le residenze ci si è tenuti “schivi”.
Dove invece il PUC Centola Palinuro decolla, a leggere le relazioni, è nel comparto turistico-ricettivo (Zone G).

In un territorio dove la stagionalità turistica di Palinuro comprime i guadagni nel solo mese di agosto – arrivando al picco dell’occupazione e lasciando il vuoto nei mesi restanti – i “programmatori” hanno pensato bene di calare il poker:

  1. Zone G1 (alberghiero esistente): +159 posti letto potenziali, con un indice di fabbricabilità fino a 2,5 mc/mq e incrementi del 20%.
  2. Zone G2 (nuovo alberghiero): +319 posti letto con indice If=0,50 mc/mq e altezze fino a 13,50 metri.
  3. Zone G3 (villaggi albergo): l’imponente cifra di +603 posti letto potenziali.
  4. Zone G4 (affittacamere e B&B): +368 posti letto.

Il totale fa l’astronomica cifra di 1.449 nuovi posti letto turistici!
Un’espansione quantitativa imponente, se non fosse per un piccolo dettaglio storico riassunto proprio a pagina 176 dell’Elaborato A1: in passato, su circa 10 richieste avanzate per strutture analoghe (circa 1.500 posti letto), una sola ha visto la luce.
Ma la perseveranza, si sa, è virtù per gli ambiziosi!

Dati che lasciano perplessi considerandone anche degli altri:

  • Stagionalità estrema: (dati ISNART 2024) al Sud, in particolare nelle località balneari, l’occupazione delle strutture ricettive raggiunge il picco del 90-95% solo nel mese di agosto, lasciando pressoché il vuoto negli altri mesi;
  • Imprese turistico – ricettive in crisi strutturale: mentre ho sviluppato questo articolo dal portale delle vendite pubbliche del Ministero della Giustizia risultano in vendita all’asta un hotel a 4 stelle con 68 camere a Palinuro in loc. Piano Faracchio, e almeno altri 9 tra alberghi e pensioni in tutto il Comune di Centola;
  • Erosione costiera: la Campania (dati CNR – ENEA – ISPRA) è tra le regioni che soffre di più il fenomeno dell’erosione costiera: entro 20 anni si registrerà, anche a causa dell’innalzamento del livello del mare, una accelerazione del fenomeno;
  • Scarsa attrattività: il Mezzogiorno attrae solo il 20% dei flussi turistici nazionali (21,8 milioni di arrivi), con un rapporto di sole 4,3 presenze per abitante rispetto alle 10 della Spagna o 14 della Grecia, segno di una scarsa capacità di trattenere valore oltre il picco stagionale.

Dall’analisi dei documenti a corredo del PUC Centola Palinuro adottato emergono perciò elementi di riflessione sull’incoerenza del Piano rispetto a un’economia basata, pressoché esclusivamente, sul turismo balneare concentrato nel mese di agosto.

PUC Centola Palinuro: nuovi resort da sogno mentre alberghi storici sono all’asta!

Sappiamo tutti che una buona fetta del patrimonio edilizio locale è costituito da seconde case estive e da strutture ricettive in crisi economica divenuta strutturale.

Eppure lo strumento urbanistico proposto punta a incrementare i posti letto turistici!

Idealmente il PUC tende all’incremento dell’offerta turistica, ma come si coniuga questa intenzione col dato reale di un’economia arroccata sul turismo balneare che ha pressoché desertificato i centri abitati, in particolare Palinuro, per il resto dell’anno?

La mia critica più profonda al PUC Centola Palinuro è la seguente:
si insegue un’espansione quantitativa (in posti letto e nuovi insediamenti turistico – ricettivi) mentre il patrimonio edilizio esistente lotta per la sopravvivenza!

Il PUC programma nuovi posti letto con una domanda turistica da anni contratta, al più, in 30 – 40 giorni.

Chiaro che più offerta per lo stesso (o progressivamente minor) numero di turisti vuol dire guerra al ribasso dei prezzi, peggioramento dello standard di “turista medio” e, ancor peggio, un territorio ancora più disabitato.

Ciò che non mi spiego è che tutto ciò viene concepito in un contesto economico nel quale numerose strutture storiche sono finite all’asta, altre sono dismesse da decenni e, altre ancora, pur avendo cambiato gestioni e proprietà, faticano a rilanciarsi.

Segno tangibile dell’inadeguatezza del modello di sviluppo prescelto.

Insomma. Mentre il PUC Centola Palinuro apre a nuove edificazioni, le strutture esistenti si trovano in un limbo di crisi, degrado, o passano di mano a prezzi di liquidazione.
Mi sembra chiaro che nuove cubature turistiche in presenza di un patrimonio all’asta rappresentano una distorsione economica penalizzante.

Invece di prevedere premialità per salvare e rigenerare un patrimonio ricettivo esistente nel baratro, il Piano Urbanistico Comunale Centola apre le porte a nuova cementificazione turistica.

Eppure si legge nella stessa relazione generale del PUC Centola Palinuro che il tessuto imprenditoriale locale è afflitto da una “ridotta capacità dinamica” e da una grave “crisi immobiliare ed edilizia”.

Mi domando: a chi servono questi contenitori normativi pronti all’uso!?

Se il PUC mira a creare nuovi e lussuosi resort in “zone vergini”, senza un’inversione di rotta avremo cattedrali nel deserto e le strutture già esistenti non riusciranno mai a trovare la forza economica per riqualificarsi.

Il Palazzetto dello Sport. L’utopia megalomane di Centola Palinuro.

E’ chiaro che un modello del genere non è sostenibile. E’ incoerente col contesto in cui viene calato. Un modello per nulla ambizioso e totalmente scollato dalla realtà.

Lampante riprova ne è la scelta di prevedere un palazzetto dello sport da 5.000 posti.
Fai due calcoli veloci e ti accorgi che con 4.954 residenti (dati ufficiali al 2025), se anche tutti i cittadini di Centola si recassero contemporaneamente al palazzetto, avanzerebbero comunque 46 poltrone vuote!

Il tutto per la modica cifra stimata di 3.000.000 di euro. In un comune che fatica a garantire i servizi essenziali e la manutenzione ordinaria delle strade, è pura utopia: avanguardia di surrealismo amministrativo.

Insomma, le basi!

PUC Centola Palinuro. Da dove ripartire?

Sarebbe auspicabile cambiare il modello di sviluppo, pensando prioritariamente a creare le condizioni per ammodernare e rigenerare seriamente l’importante patrimonio residenziale e turistico – ricettivo esistente.
Sarebbe auspicabile dare priorità alla fruibilità e accessibilità al territorio, attrezzarlo con adeguati servizi e magari dopo, (ove dovessero esserci le condizioni) immaginare di ampliare l’offerta turistica.

Costruire di nuovo mentre il “vecchio” cade a pezzi è una ricetta da anni ‘70 – ’80 ormai defunta. Programmare nuovi resort in un Comune che ha già visto le sue storiche icone dell’ospitalità finire all’asta non è sviluppo, è sovraesposizione.

Senza una strategia che riempia prima “i posti letto esistenti” si trasforma Centola Palinuro in un parco di cubature destinate a restare vuote per l’80% dell’anno.
Un territorio senza servizi efficienti e senza una visione chiara, che vada oltre il ferragosto, non ha bisogno di nuovi resort, ma di un’iniezione di realtà!

In questo contesto, un Piano Urbanistico serio dovrebbe porre freno alle nuove cubature accelerando sull’ammodernamento e potenziamento di ciò che esiste già.

“Destagionalizzazione” è sempre la parola magica.
Tutti la professano ma pochi la vogliono davvero. Non si fa coi proclami, si fa col prodotto turistico.

Senza rigenerazione questo piano non segna il futuro, ne firma la trasformazione in un bel contenitore vuoto… in attesa della prossima stagione.

Le grotte marine di Palinuro. Il tesoro che non interessa a nessuno.

Mentre ci incamminiamo verso il Palio degli Statisti 4.0 e i paesani si riprendono dallo “scandalo dei social e giornalai” che, durante l’ultima estate, hanno (mal) trattato Palinuro, si consuma un capolavoro grottesco.

Se leggi i documenti di bilancio previsionale 2026-2028 (esattamente a pagina 7, relazione revisore Bilancio Pluriennale, alla voce “entrate in conto capitale” (per farla più semplice opere pubbliche) ti viene un coccolone (!).
Entro il 2028 previsioni di entrata, a Centola Palinuro, per 400 milioni di euro.
Sì, hai letto bene: quattrocento milioni.

Cifre da capogiro galattico. In breve, roba che neppure Milano, Londra o New York.
Numeri per allocchi.

In questo delirio di alchimie mi sovviene… così… una domanda. Ma le grotte marine di Capo Palinuro? Sospiri… Spallucce…

Una delle risorse naturalistiche più strabilianti del Cilento che se fosse gestito dai mamelucchi varrebbe un autentico giacimento petrolifero. Silenzio… Shh… Tutti zitti!

Nessun “tavolo tecnico”… “progetto esecutivo”… “milioni”? Al momento solo una certezza: nessuna entrata per le casse comunali dalle grotte (anzi, dall’unica grotta oggi accessibile) di Capo Palinuro sfruttate alla bell’e meglio.

Eppure, quando si vuole si può: alla fine l’hanno salvato l’Arco Naturale!
Ho avuto il privilegio di poterle visitare tutte, le grotte marine di Capo Palinuro, oggi interdette, quando ancora si potevano vivere in tutta la loro sconvolgente, maestosa bellezza.
Che rabbia bestiale vederle ridotte a un capitolo dimenticato, uno degli ostaggi dell’immobilismo colpevole ultradecennale, del disinteresse più imbarazzante.

Se c’è da tagliare il nastro a una sagra, sedere in qualche kermesse dove scattare foto di rito e afferrare microfoni, con tele e fotocamere a bella posta, tutti pronti.
Per il resto, catalessi!

E così, vittime ancora di sé stessi, i paesani piagnucolano perché i social hanno dato addosso a Palinuro (alla ricerca del capro espiatorio perfetto!).
Là fuori l’economia decresce, le serrande si abbassano, i giovani scappano e quelli che restano spesso ambiscono alla fuga.

I Calimero sono feriti nell’orgoglio. Ma guardate che Palinuro non muore per una critica di troppo. Muore per grettezza, miopia e per l’arma più letale: il silenzio complice.

Centola Palinuro. Il “tutto e niente” di un acqua park per bagnanti.

Assisto da 39 anni al dibattito locale, a decenni trascorsi a sentire e leggere ricette salvifiche.

Ciononostante lo sviluppo, anzi l’economia, si regge sempre su un solo dogma incrollabile: la confusione totale.
Negli anni ci hanno spiegato che Centola Palinuro deve essere il tempio del turismo balneare mordi e fuggi, la capitale dell’escursionismo, dello sport, dell’archeologia, polo congressuale internazionale, la mecca del divertimento giovanile, con tanto di discoteche storiche e masse di ragazzi che bivaccavano ovunque, e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, un frullatore antropologico e commerciale in cui tutto si tiene e nulla si governa.

Il risultato di queste genialate strategiche, dettate più dall’opportunità che da una visione? Una massa di bagnanti utile unicamente a foraggiare un’economia ridotta a pura sussistenza, fatta di corse al ribasso e al miglior affare, che non lascia al territorio che le briciole di una vera ricchezza diffusa.

Non occorre essere geniali per sapere che il turismo balneare, di massa, confuso, dalle mille proposte scoordinate, rende tutto di infima qualità e non arricchisce la comunità: la consuma.

Ciò detto.
Prima di sognare rivoluzioni ci vuole il coraggio di dirsi che occorre partire dalle basi: dal risanamento dei conti, poi il verde pubblico ed ancora il decoro urbano.

Prima di tutto dirsi la verità sui conti di Centola Palinuro, appiccicati alla meglio su cifre “discutibili”, previsioni eufemisticamente “impavide”, entrate che fanno impallidire.
Dati (nero su bianco) che, bisogna riconoscerlo, contengono al minimo qualsiasi margine di manovra.

Parlo poi di trovare un modo per affrontare in maniera strutturale l’atavico e mai del tutto risolto problema dei marciapiedi malandati da decenni, dei vicoli e delle strade mai lastricate (non mi annoiate con la recente – al momento solo deliberata – milionata per pavimentare via Indipendenza. Leggo anche io quotidiani quindi speriamo sia la volta buona. Ma qui sto sciorinando ragionamenti di respiro un tantino più ampio), e di altre che non vedono asfalto da anni (mi aspetto rifacimenti “dove serve” verso aprile maggio 2027).

Parlo di trovare un modo per assicurare la cura ed il taglio periodico “dell’erbetta” qua e là, di una dignitosa sistemazione delle porte d’ingresso di Palinuro e di tutte le altre frazioni del Comune.

Parlo anche di aree parcheggio che siano degne di questo nome. E, in tema, credo di non sbagliarmi se dico che Palinuro è l’unico posto al mondo dove parcheggiare presso i privati costa meno che negli stalli comunali (4 o 5 euro al giorno tariffa privata contro 10 euro tariffa giornaliera comunale!).

Lo so, sono ferite trite e ritrite. Tristemente ai limiti della cancrena.

Tornando alla confusione di idee e ricette.
Sarà pure un mio vezzo, ma sono portato a porre le questioni sui binari della realtà.
Non occorre inseguire chimere o andare a cercare improbabili competitor da studiare chissà dove: gli esempi virtuosi li abbiamo alla porta accanto.
Acciaroli Pollica e Castellabate (tanto per fare sana retorica), dimostrano plasticamente che non ci si affaccia al mondo in un giorno, e che non è dalla sera alla mattina che si ottengono i risultati e si sbarca il lunario.

Se ci sono riusciti loro (ammettiamolo, leggere questi nomi ci fa invidia e, sghignazzando con la consueta grettezza, ci fa mormorare che un tempo “non li conosceva nessuno” ) sarebbe una prima dimostrazione di orgoglio convincersi che Centola Palinuro possa essere altrettanto ambizioso!

Ambizione: per come affronto le cose vuol dire desiderare di essere il rifugio del turismo del lusso e dell’élite.
Un target di altissimo profilo, esigente e rispettoso, perché no anche straniero ed altospendente, che non si conquista di certo con uno schiocco di dita, inventandosi improbabili spot o calando dall’alto l’ennesima cattedrale nel deserto esponendo il fianco o scappellandosi agli avvoltoi e squali, locali e non, sempre pronti a banchettare sul corpo del territorio.

Bisogna accettare l’idea che traguardi del genere non si raggiungono in ventiquattr’ore, ma coltivando l’ambizione con una visione di lunghissimo termine.

E qui casca l’asino: non c’è bisogno di cementificare aree ancora vergini con nuovi resort patinati.
C’è già un patrimonio che grida vendetta: un numero spaventoso di strutture ricettive storiche è già finito tristemente alle aste giudiziarie, altre sono state svendute ed altre ancora resistono, a fatica, in uno stato di agonia finanziaria.
Non servono, perciò, nuove cattedrali nel deserto.

Dunque, ambizione. Si metta mano ai fondamentali, riorganizzando gradualmente regole e decoro, selezionando gli investimenti con spietata lucidità: il paziente è da salvare, non è più il tempo di “spartirsi i mobili dell’eredità”.

Il territorio non può essere l’acqua park per comitive scompaginate. O si ambisce ad essere grandi o ci si rassegna a fare da comparse, 40 giorni l’anno, per quattro spicci.

Palinuro. L’Arco Naturale è salvo. Adesso non donatelo agli speculatori!

L’onestà intellettuale prima di tutto: dopo anni di crolli, transenne, chiusure infinite e speranze pressoché azzerate, l’investimento pubblico realizzato per riaprire (nel 2025) e mettere in sicurezza l’Arco Naturale di Palinuro ha ridato questo splendore al mondo.
Un’opera complessa che ha restituito alla pubblica fruizione uno dei simboli più potenti non solo del Cilento, ma dell’intera costa.

Dopodiché, croce e delizia.
Il sollievo per la fine di un incubo e la riconsegna di un bene inestimabile al mondo non consente di fingere di non vedere la linea di confine tra la valorizzazione di un patrimonio Unesco ed i rischi di regalie a consorterie locali, o forestieri trapiantati in loco, pronti a mettere le mani su un tale gioiello.

E adesso? Il mantra: “bisogna pensare a come va-lo-riz-za-re” .
Ma valorizzare non vuol dire per forza imporre parcheggi a pagamento da salassi legalizzati a danno di chi vuole semplicemente godersi lo spettacolo.

E, soprattutto, valorizzare non vuol dire farsi venire in mente di piazzare un bel lido balneare privato all’ombra delle falesie “nell’arco naturale”, trasformando un santuario della natura nella veranda di qualche “investitore” con le mani in pasta.

La soluzione, a ben vedere, esiste e l’ha già praticata il resto del mondo (spingendosi oltre la rotatoria del Trivento a Palinuro… notizia che farà sobbalzare i più… c’è il resto del mondo!).
Immagino una gestione locale, comunale, basata sul pagamento di un obolo d’ingresso, con accessi razionalmente contingentati, per godersi per un’oretta la spiaggia e fare un bagno in quell’acqua cristallina, senza sfociare in facili eccessi.

Un contributo economico modesto per finanziare la manutenzione dell’area, a garantire la pulizia, il decoro e la vigilanza quotidiana, e perché no anche contribuire a rimpinguare le piangenti casse del Comune, senza mortificare i visitatori.

Un obolo di civiltà.
Perché i beni comuni si tutelano con le regole ma soprattutto curandoli, non abbandonandoli al degrado e men che meno consegnandoli alla speculazione dei privati.

Il patrimonio di tutti deve restare di tutti.
É su piani del genere che si pesa il ruolo e la credibilità della politica locale: vuol fare da custode inflessibile dell’interesse pubblico, o cedere al canto delle sirene della privatizzazione mascherata?

Centola Palinuro 2027. Manca poco al palio degli statisti 4.0.

Lezioni di sviluppo turistico ne abbiamo?
A chiacchiere quanda ne vuò. Nel concreto…Macché.

Siamo tutti fermi, in trepidante attesa, ai nastri di partenza del palio della chiacchiera (da bar), al panegirico ad effetto – magari copiato qua e là — per investire l’ennesimo stratega geopolitico del Cilento.
Al canape vedo pontefici – sedicenti statisti, “vati” e “unti” del territorio – con l’indice all’insù: “Centola Palinuro non può più continuare in questo modo”.
Quanta tenerezza.

Quelli che… “l’ingranaggio (dello sviluppo) si è inceppato – da un pezzo – dopo decenni di seconde case e cemento selvaggio”.
Il problema non è dirlo. Il punto è… come lo risolvi?!

La penuria non è tanto di idee e paroloni, quanto di concretezza.
Ai voglia a ripetere “destagionalizzazione”, “rilancio”, “strategia integrata” ad ogni piè sospinto. Gusci ormai sbiaditi di un vuoto cosmico di visione.

Mò ci incamminiamo, pian piano, verso il vivo della campagna elettorale: nel sottobosco della Centola Palinuro 4.0 si muovono e si agitano le armate Brancaleone dei gruppuscoli e – ne vedremo numerosissimi da qui in avanti – dei soloni da tastiera.
Tutti statisti, tutti “vati” del territorio, dicevo.
Frammentati, litigiosi, pronti a sgomitare come ossessi per elemosinare consensi, un pugno di like, una condivisione… un occhiolino.

Insomma, quel tantino di visibilità che non guasta.

Di quelli che snocciolano ipotesi, soluzioni, e dispensano patenti di purezza.
Salvo poi metterli alla prova e come d’incanto disintegrarsi, sparire, incenerire, perché la loro rivoluzione si esaurisce nell’arco di un commento, di un bel intervento a voce grossa in una sala oppure in una piazza gremita per l’occasione.
Insomma, di quelli che a parole reagiscono al declino e poi sono i primi a campare su rendite di posizione.

E mentre i tribuni da bar si azzuffano i soliti arcinoti, quelli che non scrivono (ma dettano), non urlano (ma sussurrano) non sfilano (ma applaudono), tramano come di consueto nelle retrovie. Quelli che… ogni delibera per loro ha un perché ed è una torta da gustare.

Gli altri, beati loro, possono continuare a specchiarsi e scambiarsi i like.

Palinuro. La Repubblica dei permalosissimi: se il turismo è un bancomat con la museruola.

C’è un meraviglioso cortocircuito antropologico che ricorre ogni estate sotto il sole di Palinuro.
A innescarlo sono comparse poco nobili e molto stanziali.

Funziona così: arrivano i turisti, pagano, fanno notare mancanze, sporcizia e disservizi, e zac!
Parte il riflesso di taluni nativi permalosi che si affaticano a scavare la consueta trincea da campanile.
La foglia di fico dei suscettibili é la seguente: «Se non vi piace, andatevene».

Il teorema è disarmante.
In pratica i turisti, i villeggianti, quelli che fanno girare l’economia e mantengono mezza costa, dovrebbero rispettare il seguente dogma: portare il grano, stare muti e baciare la sabbia. Stop!

Assai divertente è che questo teatrino viene inscenato da una equipe di profeti della “cultura dell’accoglienza” e della “visione turistica strategica”.
Parlano di cultura dell’accoglienza per poi intenderla silenzio tombale, critica zero.

Allora il problema non è psicologico, è antropologico e ad un tempo sociologico.
Un’attitudine atavica di una per fortuna ininfluente minoranza, cresciuta nel mito della rendita parassitaria, incapace di concepire il confronto con l’esterno se non in termini di predatori.
Una schiera di personaggi che vede i vacanzieri come la colonia da sfruttare a getto continuo, senza il fastidio della critica.

Sia chiaro: non tutte le critiche sono oro colato, lasciamo scivolare via le osservazioni dei commentatori a vacante, e per principio!
Ho già detto la mia su chi, anche tra i locali, strombazza attacchi sterili e catastrofisti nel bel mezzo di agosto per fare la prima donna.
Ma ciò non vuol dire lobotomia o cecità collettiva.
Un conto è il piagnisteo agostano fine a se stesso, altro è la critica costruttiva, quella che inchioda alle responsabilità e dovrebbe essere uno de molteplici spunti per migliorare.

Ostinarsi a fingere che vada tutto bene (pecche’ tanto nati 10 juorni e se nne vano!) per non urtare la suscettibilità di qualche titolare del nulla, è suicida.
Per i processi, le riflessioni ed i bilanci ci sarà tempo da settembre: fino ad allora auguro a quelli della Repubblica dei permalosissimi un sereno, rinfrescante bagno d’umiltà.