Cilento. Dove l’indignazione è social stipata, tra voyeur con la fotocamera e censori col tastierino tra le mani.

É l’estate del denunciatore seriale in costume da bagno.
Un esercito di eroi senza macchia e senza coraggio ha finalmente trovato la sua vocazione sotto l’ombrellone, cioè fare la guardia alla vita degli altri con un metodo a chilometro zero quanto a sforzo personale: la delega totale.

Perché sporcarsi le mani, rischiare una lite sotto il solleone e, soprattutto, metterci la faccia?
Molto meglio fare un video di sottecchi, rigorosamente nascosti sotto l’ombrellone come talpe in apnea e spedire tutto al politico di turno, all’attivista cercatore di visibilità o al giornalista locale in cerca di click facili.
Una catena di montaggio dello scoop dove quasi nessuno si espone sul serio.

Il copione è rigorosamente scandito: si vede qualcosa che non quadra (o che semplicemente non si capisce), si grida allo scandalo planetario, si invoca l’intervento salvifico del politicante o del pennivendolo che ha smania di pubblicare perché, in fondo, la stagione è corta (e pure la coperta!).

Dall’altra parte dello schermo, la risposta non tarda mai: il “giornalettismo” social.
Non importa il contesto, non importa la dignità delle persone. L’importante è che la notizia “faccia presa”, che indigni abbastanza da garantire la dose quotidiana di condivisioni.

Ed eccolo qua il Cilento balneare, la cloaca di voyeur armati di fotocamera e censori col tastierino tra le mani. Da un lato i guardoni digitali, pronti a spiare, filmare e immortalare ogni minimo dettaglio (altrui); dall’altro i giudici da strapazzo, armati di indignazione prêt-à-porter, pronti a emettere sentenze definitive comodamente seduti sul lettino.

Perché qui sta il punto: la verità è che si chiacchiera troppo e si agisce zero.
Le istituzioni non si evocano a parole o con un post indignato sui social, sperando che qualcun altro faccia il lavoro al posto nostro.
Se c’è un abuso vero, un illecito o una situazione illegale, ci sono gli uffici preposti: si compila un esposto, si deposita, si protocolla.
Il resto è sensazionalismo da spiaggia che dura il tempo di un articolo o di una storia su Instagram.

È il trionfo del coraggio a metà, o meglio, della viltà istituzionalizzata.
Si lancia il sasso, si nasconde la mano (e possibilmente anche l’identità), e si lascia che siano gli altri a fare il lavoro sporco, riducendo la cittadinanza a una lamentela anonima, qualunquista al punto giusto e pressoché indolore.

Un modo becero di vivere civile: zero attributi, zero responsabilità e un coraggio che svanisce non appena si tratta di metterci sul serio la faccia.

Capiamoci. Segnalare è sacrosanto, ma delegare gli altri limitandosi ad essere delatori, schiavi della telecamera e della censura da tastiera, è però solo una triste caricatura del vivere civile.

Forse, prima di credere che siano giornali e politici a fare pulizia morale del mondo, bisognerebbe ricordarsi che un vivere con un briciolo di coraggio personale non passa mai di moda!

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