Centola Palinuro. Il “tutto e niente” di un acqua park per bagnanti.

Assisto da 39 anni al dibattito locale, a decenni trascorsi a sentire e leggere ricette salvifiche.

Ciononostante lo sviluppo, anzi l’economia, si regge sempre su un solo dogma incrollabile: la confusione totale.
Negli anni ci hanno spiegato che Centola Palinuro deve essere il tempio del turismo balneare mordi e fuggi, la capitale dell’escursionismo, dello sport, dell’archeologia, polo congressuale internazionale, la mecca del divertimento giovanile, con tanto di discoteche storiche e masse di ragazzi che bivaccavano ovunque, e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, un frullatore antropologico e commerciale in cui tutto si tiene e nulla si governa.

Il risultato di queste genialate strategiche, dettate più dall’opportunità che da una visione? Una massa di bagnanti utile unicamente a foraggiare un’economia ridotta a pura sussistenza, fatta di corse al ribasso e al miglior affare, che non lascia al territorio che le briciole di una vera ricchezza diffusa.

Non occorre essere geniali per sapere che il turismo balneare, di massa, confuso, dalle mille proposte scoordinate, rende tutto di infima qualità e non arricchisce la comunità: la consuma.

Ciò detto.
Prima di sognare rivoluzioni ci vuole il coraggio di dirsi che occorre partire dalle basi: dal risanamento dei conti, poi il verde pubblico ed ancora il decoro urbano.

Prima di tutto dirsi la verità sui conti di Centola Palinuro, appiccicati alla meglio su cifre “discutibili”, previsioni eufemisticamente “impavide”, entrate che fanno impallidire.
Dati (nero su bianco) che, bisogna riconoscerlo, contengono al minimo qualsiasi margine di manovra.

Parlo poi di trovare un modo per affrontare in maniera strutturale l’atavico e mai del tutto risolto problema dei marciapiedi malandati da decenni, dei vicoli e delle strade mai lastricate (non mi annoiate con la recente – al momento solo deliberata – milionata per pavimentare via Indipendenza. Leggo anche io quotidiani quindi speriamo sia la volta buona. Ma qui sto sciorinando ragionamenti di respiro un tantino più ampio), e di altre che non vedono asfalto da anni (mi aspetto rifacimenti “dove serve” verso aprile maggio 2027).

Parlo di trovare un modo per assicurare la cura ed il taglio periodico “dell’erbetta” qua e là, di una dignitosa sistemazione delle porte d’ingresso di Palinuro e di tutte le altre frazioni del Comune.

Parlo anche di aree parcheggio che siano degne di questo nome. E, in tema, credo di non sbagliarmi se dico che Palinuro è l’unico posto al mondo dove parcheggiare presso i privati costa meno che negli stalli comunali (4 o 5 euro al giorno tariffa privata contro 10 euro tariffa giornaliera comunale!).

Lo so, sono ferite trite e ritrite. Tristemente ai limiti della cancrena.

Tornando alla confusione di idee e ricette.
Sarà pure un mio vezzo, ma sono portato a porre le questioni sui binari della realtà.
Non occorre inseguire chimere o andare a cercare improbabili competitor da studiare chissà dove: gli esempi virtuosi li abbiamo alla porta accanto.
Acciaroli Pollica e Castellabate (tanto per fare sana retorica), dimostrano plasticamente che non ci si affaccia al mondo in un giorno, e che non è dalla sera alla mattina che si ottengono i risultati e si sbarca il lunario.

Se ci sono riusciti loro (ammettiamolo, leggere questi nomi ci fa invidia e, sghignazzando con la consueta grettezza, ci fa mormorare che un tempo “non li conosceva nessuno” ) sarebbe una prima dimostrazione di orgoglio convincersi che Centola Palinuro possa essere altrettanto ambizioso!

Ambizione: per come affronto le cose vuol dire desiderare di essere il rifugio del turismo del lusso e dell’élite.
Un target di altissimo profilo, esigente e rispettoso, perché no anche straniero ed altospendente, che non si conquista di certo con uno schiocco di dita, inventandosi improbabili spot o calando dall’alto l’ennesima cattedrale nel deserto esponendo il fianco o scappellandosi agli avvoltoi e squali, locali e non, sempre pronti a banchettare sul corpo del territorio.

Bisogna accettare l’idea che traguardi del genere non si raggiungono in ventiquattr’ore, ma coltivando l’ambizione con una visione di lunghissimo termine.

E qui casca l’asino: non c’è bisogno di cementificare aree ancora vergini con nuovi resort patinati.
C’è già un patrimonio che grida vendetta: un numero spaventoso di strutture ricettive storiche è già finito tristemente alle aste giudiziarie, altre sono state svendute ed altre ancora resistono, a fatica, in uno stato di agonia finanziaria.
Non servono, perciò, nuove cattedrali nel deserto.

Dunque, ambizione. Si metta mano ai fondamentali, riorganizzando gradualmente regole e decoro, selezionando gli investimenti con spietata lucidità: il paziente è da salvare, non è più il tempo di “spartirsi i mobili dell’eredità”.

Il territorio non può essere l’acqua park per comitive scompaginate. O si ambisce ad essere grandi o ci si rassegna a fare da comparse, 40 giorni l’anno, per quattro spicci.

Centola Palinuro 2027. Manca poco al palio degli statisti 4.0.

Lezioni di sviluppo turistico ne abbiamo?
A chiacchiere quanda ne vuò. Nel concreto…Macché.

Siamo tutti fermi, in trepidante attesa, ai nastri di partenza del palio della chiacchiera (da bar), al panegirico ad effetto – magari copiato qua e là — per investire l’ennesimo stratega geopolitico del Cilento.
Al canape vedo pontefici – sedicenti statisti, “vati” e “unti” del territorio – con l’indice all’insù: “Centola Palinuro non può più continuare in questo modo”.
Quanta tenerezza.

Quelli che… “l’ingranaggio (dello sviluppo) si è inceppato – da un pezzo – dopo decenni di seconde case e cemento selvaggio”.
Il problema non è dirlo. Il punto è… come lo risolvi?!

La penuria non è tanto di idee e paroloni, quanto di concretezza.
Ai voglia a ripetere “destagionalizzazione”, “rilancio”, “strategia integrata” ad ogni piè sospinto. Gusci ormai sbiaditi di un vuoto cosmico di visione.

Mò ci incamminiamo, pian piano, verso il vivo della campagna elettorale: nel sottobosco della Centola Palinuro 4.0 si muovono e si agitano le armate Brancaleone dei gruppuscoli e – ne vedremo numerosissimi da qui in avanti – dei soloni da tastiera.
Tutti statisti, tutti “vati” del territorio, dicevo.
Frammentati, litigiosi, pronti a sgomitare come ossessi per elemosinare consensi, un pugno di like, una condivisione… un occhiolino.

Insomma, quel tantino di visibilità che non guasta.

Di quelli che snocciolano ipotesi, soluzioni, e dispensano patenti di purezza.
Salvo poi metterli alla prova e come d’incanto disintegrarsi, sparire, incenerire, perché la loro rivoluzione si esaurisce nell’arco di un commento, di un bel intervento a voce grossa in una sala oppure in una piazza gremita per l’occasione.
Insomma, di quelli che a parole reagiscono al declino e poi sono i primi a campare su rendite di posizione.

E mentre i tribuni da bar si azzuffano i soliti arcinoti, quelli che non scrivono (ma dettano), non urlano (ma sussurrano) non sfilano (ma applaudono), tramano come di consueto nelle retrovie. Quelli che… ogni delibera per loro ha un perché ed è una torta da gustare.

Gli altri, beati loro, possono continuare a specchiarsi e scambiarsi i like.